Ma gli universi sognano incisioni rupestri?

“Io credo che il mondo esiste indipendentemente dall’uomo; il mondo esisteva prima dell’uomo ed esisterà dopo, e l’uomo è solo un’occasione che il mondo ha per organizzare alcune informazioni su se stesso” (Italo Calvino)

La scorsa primavera eravamo in Valcamonica, nella zona inserita, prima in Italia, nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Unesco: abbiamo visitato il Parco Nazionale delle Incisioni rupestri presso Naquane, il Parco Archeologico dei Massi di Cemmo e il Parco Archeologico-Comunale di Seradina-Bedolina. Molto materiale interessante lo si trova sui vari siti ufficiali, ma essere lì, camminare in un ambiente naturale splendido e osservare da vicino le incisioni è stata davvero una bella esperienza. Qualche tempo dopo ho preso tra le mani “Le città invisibili” di Italo Calvino. La tentazione è stata troppo grande: cercare tra le pagine quella città che avesse il potere di evocare in qualche modo le suggestioni dei posti che abbiamo visitato. Proprio per la presenza delle incisioni, la Valcamonica è detta anche “La valle dei segni”, perciò senza starci troppo a girare intorno, ho voluto pescare nella categoria che nel libro è detta “la città e i segni”.

È stato il primo brano a spiccare all’istante, proprio perché inizia dentro un bosco:

“L’uomo cammina per giornate tra gli alberi e le pietre. Raramente l’occhio si ferma su una cosa, ed è quando l’ha riconosciuta per il segno d’un’altra cosa: un’impronta sulla sabbia indica il passaggio della tigre, un pantano annuncia una vena d’acqua, il fiore dell’ibisco la fine dell’inverno. Tutto il resto è muto e intercambiabile; alberi e pietre sono soltanto ciò che sono.”

Noi non avevamo la tigre, ma un picchio intento a picchettare il tronco di qualche albero e al posto dell’ibisco, delle felci stupende che stavano germogliando; ma gli alberi – castagni centenari, carpini, abeti e betulle – e anche le pietre lisce e violacee, pur con tutta la loro indiscutibile bellezza sarebbero rimasti muti, forse ridondanti e uguali a sè stessi, se non fosse stato che, a un certo punto, prima radi e poi sempre più copiosi sono comparsi i segni incisi.

Su ogni pietra c’è da soffermarsi a scrutare le tante immagini con cui gli uomini che hanno abitato la valle dal quinto millennio a.C. fino all’età del Ferro, hanno voluto rappresentare la loro quotidianità, il loro immaginario, il loro mondo spirituale. Si riconoscono figure di uomini in preghiera, di guerrieri, e poi cervi e armi e case costruite su palafitte, addirittura carri con le ruote e telai. È una sorta di esplosione, la Roccia 1: con quella spaccatura orizzontale dà proprio l’idea di un guscio che si è rotto e dal quale stanno uscendo, verrebbe da dire si stanno originando, tutte quelle figure tanto fitte e tanto varie; sembra un getto continuo, prepotente, fluviale come soltanto un intimo universo ricco e immaginifico riesce ad essere.

“Finalmente il viaggio conduce alla città di Tamara. Ci si addentra per vie fitte d’insegne che sporgono tra i muri. L’occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose”

Oramai da un secolo le incisioni rupestri della Valcamonica sono oggetto di studi appassionati. Ogni volta quei segni si addensano di significato, gettano ponti sui millenni, stimolano ipotesi, evocano interpretazioni. I significati, le informazioni contenute nel segno, sopravvivono alle morti e alle consunzioni; l’occhio osserva, la mente elabora, la mano incide ciò che la dimensione intima suggerisce: le pietre dicono che queste attitudini e processi esistono da quando esiste l’uomo. E dicono anche che l’uomo ha sentito da sempre l’esigenza di alzare le mani al cielo, di pregare: molto frequenti sono le figure di uomini in posizione orante, con le braccia rivolte verso l’alto. I Camuni veneravano una divinità antropomorfa con la testa di cervo. Il cervo, lo testimoniano le molte incisioni, era la loro prima forma di sostentamento. Il loro dio era anche il loro cibo, ciò significa che l’intuizione o la percezione di un dio che si fa uomo e che per l’uomo diviene cibo è qualcosa di estremamente ancestrale.

Sporgersi su questi segni, per certi versi è come guardarsi allo specchio. Vedi che in fondo poco o nulla è cambiato. Stesso bisogno di rivolgere le mani al cielo, stesso bisogno di sentire affine la dimensione divina, stessa volontà di incidere e inscrivere e fissare qualcosa di te e del tuo mondo prima che arrivi l’Ombra vorace. La superficie di questo specchio segna un confine: è il limite esatto in cui il bosco, il mondo naturale, ha cessato di ripetersi, di essere indistinto e sempre uguale a se stesso. È il momento in cui compare l’uomo assieme ai suoi segni, i riti e i significati che contengono. Da quel momento in poi, il bosco e la natura, l’universo non sono stati più gli stessi. Per legge naturale e universale cessano di essere ciò che sono. È il tempo di una nuova genesi: perché genesi fu quando la materia ha invaso densa il vuoto, e genesi è stata, in un secondo big bang, quando la materia ha iniziato a respirare e a nutrirsi e a riprodursi, quando l’elemento inerte è divenuto essere vivente.

Questo è uno dei luoghi dove è ancora possibile captare gli echi del terzo big bang, nella radiazione di fondo che lo permea si comincia a leggere la nuova genesi: la materia oltre a vivere pensa e ragiona, queste sono le scintille residue di quando il logos si è acceso nelle masse cerebrali, colmando le distanze sinaptiche. E dunque l’occhio ha guardato e la mente ha elaborato e la mano ispirata ha cominciato a produrre simboli, e dunque significati. Poi, insoddisfatte, quelle menti hanno cominciato a pensare di rappresentare altro mondo ancora, e dunque hanno sentito il bisogno di nuovi strumenti, di nuove parole e di numeri. Di calcoli e misure, e soprattutto, strumento più potente degli altri, di astrazioni. Gli occhi, con la mente, guardano e spaziano, l’immaginazione scalpita come fosse caricata di ancestrali energie: l’immaginazione è l’asimmetria del vuoto dalla quale si propagherà l’esplosione imminente di una  nuova genesi, ma senza l’astrazione, senza segno e simbolo, non diverrebbe significato, non riuscirebbe a contenere informazione. Senza la capacità di rappresentare e astrarre, senza segno, non sarebbe che energia dissipata, non troverebbe un pertugio per il quale liberarsi dalla condizione potenziale e divenire atto, non avrebbe un canale attraverso il quale lasciare la dimensione della possibilità per guadagnare quella della realtà.

Per ultimo, abbiamo visitato il Parco Archeologico Comunale di Seradina e Bedolina. I percorsi salgono lungo il fianco della montagna, ancora splendide incisioni sulle rocce modellate dai ghiacciai in forme plastiche e sinuose, spesso tappezzate dai fichi d’india nani che prosperano grazie a un particolare microclima. Dopo un’ora buona di cammino, si arriva in cima al colle dal quale la vista spazia su tutta la vallata. Tra le timide vigne, sulla pietra di arenaria ampia e piatta, le incisioni iniziano a formare quadrati ed ovali, riempiti di piccoli incavi, collegati tra loro da linee che si intersecano creando fitti reticolati: è la mappa di Bedolina, ritenuta fin dalla sua scoperta una rappresentazione dei luoghi, delle strade e dei villaggi Camuni che da lassù potevano essere visti nell’Età del Ferro. La mappa, anch’essa rappresentazione simbolica, necessita del numero e della misura, ma soprattutto della capacità di astrazione. La mappa è organizzazione astratta di un territorio, di una parte di mondo.

“Lo sguardo percorre le vie come pagine scritte: la città dice tutto quello che devi pensare, ti fa ripetere il suo discorso, e mentre credi di visitare Tamara non fai che registrare i nomi con cui essa definisce se stessa e tutte le sue parti.”

Il logos si è fatto spazio attraverso le tenebre, la scintilla si è accesa nelle masse cerebrali e adesso le mani e la mente vanno come se stessero sotto dettatura. Da dove arriva la voce che dice cosa incidere, cosa scrivere, cosa e come raccontare, cosa e come progettare e innalzare? L’uomo osserva, registra, memorizza: è una antenna in perenne ascolto di una informazione che viene trasmessa dall’inizio dei tempi. Forse nel momento esatto in cui la città-universo ha cessato di essere bosco muto e intercambiabile, lasciando che questa nuova specie, questi esseri viventi dotati di raziocinio facessero i loro conti e creassero i loro simboli, è stato quello il momento in cui il Creato ha voluto aprire gli occhi su se stesso. Per la prima volta ha sentito di essere osservato, di essere ascoltato; e allora ha voluto lasciare per iscritto gli atomi e le stelle e le galassie, e i cervi e la montagna, volendo forse interrogarsi, assieme all’uomo, su quale sia il senso di tutte queste cose. Sulla sua stessa origine e il principio di tutto, su quale sia l’Alfa, se mai abbia un volto, se abbia le gambe le braccia e la testa di cervo, o piuttosto la forma di triangolo equilatero o ancora se sia davvero quell’uomo agonizzante in croce.

“Come veramente sia la città sotto questo fitto involucro di segni, cosa contenga o nasconda, l’uomo esce da Tamara senza averlo saputo. Fuori s’estende la terra vuota fino all’orizzonte, s’apre il cielo dove corrono le nuvole. Nella forma che il caso e il vento dànno alle nuvole l’uomo è già intento a riconoscere figure: un veliero, una mano, un elefante…”

Sotto: la Roccia 1 e la Mappa di Bedolina

fotor_(34) copiaRed                      DSC_5314cutRedDSC_5227contrRedCopyright

Lascia un commento