Quattro giorni sul Cammino dei Briganti.

[Questa non è una guida, ma una raccolta di appunti e impressioni sui giorni che ho trascorso sui sentieri del Cammino dei Briganti. Percorso ad anello di circa 100 km, si snoda tra Lazio ed Abruzzo, tra le aree della Marsica e del Cicolano. Queste zone sono state teatro di vicende di ribellione popolare dopo l’annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno d’Italia. Da qui il nome del cammino. Sul sito ufficiale trovate tutte le informazioni utili per preparare ed intraprendere il viaggio.]

Tappa 1 (21 km da Sante Marie a Nesce). Inizio a camminare mattino presto, dopo aver fatto colazione nel bar della piazza principale di Sante Marie. Tutto il paese in silenzio se non fosse per un cane che mi abbaia contro da un terrazzo. Corso Garibaldi è una bella via con vecchi portoni, poi uscire è un attimo con una piccola traccia che ti cala fuori nella campagna umida e luminosa tra campi incolti e orti recintati. Piacevole tepore addosso che riscalda, fino a quando non vieni ingoiato di nuovo dal bosco. Roverelle e castagni, luce che filtra dai rami, ciclamini selvatici di vivo viola, le teste delle amanite hanno appena smosso la terra umida e scura. Con salite tranquille e qualche breve strappo si fanno i primi 8 km fino al borgo di Santo Stefano. Un palazzo nobiliare reca nello stemma una stella e l’uroboro, il serpente che si morde la coda. La via principale conduce tra archi non ancora illuminati dalla luce del giorno, strette vie escono dalla linea principale per andare a raggomitolarsi nell’ombra quieta. La strada è oltre una chiesa illuminata dal sole dedicata alla Madonna della Neve, appena diventa sterrata costeggia un grande castagneto dove una vecchia signora è china a raccogliere qualche castagna. Ha spalle larghe e tonde, un fazzoletto verde le copre la testa e incornicia il volto con un nodo sotto il mento. La gonna viola che le scende con ampie coste fino alla caviglia la fa sembrare ancora più massiccia di quel che è. Risponde al mio saluto con un cenno della testa e un breve sorriso.

Ancora campagna, la sterrata è appesantita dal temporale dei giorni scorsi, gli aceri che stanno ingiallendo si riflettono nelle grandi pozzanghere. Cammino a lungo in piano sul fondovalle della Val di Varri. Piccole mele a terra, sono dello stesso verde acido del fazzoletto della signora nel castagneto. Ancora un’oretta poi è di nuovo bosco: salgo camminando su ampi banconi d’arenaria che già si sono asciugati al sole.

A tratti un andamento tortuoso, viscerale. Case illuminate dal sole in lontanaza appaiono e si eclissano dietro i colli di verde intenso, poi i colli scompaiono dietro altri colli e così via. Anche con i segnavia e il gps acceso non c’è più l’impressione di andare da un punto all’altro, di tenere una direzione. Sembra quasi che il cammino ora dopo ora come una serpe ti sta avvolgendo in spire. Che poi qui nel cuore d’Appennino quello del serpente è simbolo assai antico, bazzicava da queste parti ancora prima della storia di Eva e della mela. Il paese di Cocullo non è lontano: un’ora di macchina, nemmeno due giorni di cammino. E come ogni anno, il primo di Maggio si riempirà di gente che vorrà vedere la statua di San Domenico portata in processione completamente ricoperta di serpenti vivi. Retaggio di vecchi culti pagani, a quando la serpe era legata alle forze naturali e telluriche, alle profondità e ai recessi sede delle energie primordiali che rinnovano e guariscono.

Quando l’altimetro segna circa quota 1200 si comincia a scendere.All’ombra leggera delle chiome uno stretto sentiero fa cedere velocemente quota, il bosco è un grembo silente e trafitto dal sole. Lo attraverso in perfetta solitudine fin quando arrivo a Poggiovalle, un pugno di belle case in pietra che ha dato i natali al brigante Michele Pietropaoli ucciso dai granatieri dopo uno scontro a fuoco. La via principale è molto ripida, qui d’inverno il freno a mano dell’auto tocca tirarlo per bene. Mi fermo per bere, in lontananza la vetta imbiancata del Velino quasi galleggia nel verde dei boschi. Esce un vecchio da una porta color ruggine rugosa e massiccia. Senza che gli chieda niente mi dice per il cammino da quella parte meno di un’ora e sei a Nesce.

Arrivo nel paese che ho una certa fame. Chiedo a un tizio seduto su una panchina dove posso comprare qualcosa, mi dice che lì non c’è niente. Gli alimentari stanno più avanti a Pescorocchiano, a tre chilometri da Nesce. Chiamo per dire a quelli della camera che sono a Nesce che sono arrivato, che andrò nel paese vicino a comprare qualcosa da mangiare e che ci vedremo quando torno. Ma dopo venti metri me li trovo lungo la strada, Flavio e sua moglie Lucia a tendermi agguato accogliente come vecchi briganti. Se vuoi qualcosa da mangiare te lo prepariamo noi mi dicono. Giro i tacchi e mi faccio accompagnare da Flavio nella casa che gestisce come struttura ricettiva del cammino. Prima di entrare, tolgo gli scarponi infangati. Fa come se fossi a casa tua mi dice mentre traffica davanti al caminetto. Tempo due minuti e il fuoco è già bello vivo. Altri due minuti e Lucia porta un cestino con dentro pane, prosciutto, salsicce di casa e due bottiglie di birra.

Scaldarsi davanti al fuoco acceso dopo ore di cammino è una cosa che ti rimette al mondo. Con Flavio ci diamo appuntamento a casa sua per la cena. La serviamo alle sette e mezza dice. Sono le quattro ho tutto il tempo di bere e mangiare, fare una doccia, godermi il fuoco ancora per un po’. Senza fretta: una lentezza a cui, me ne rendo conto soltanto adesso, non ero più abituato.

Davanti al fuoco più bello e caldo dell’universo. Gambe e spalle che si sciolgono, il cervello ha questa frequenza inutilmente alta. Così è la testa che per ultima segue gambe e spalle e va a sciogliersi tra le fiamme crepitanti. È come se fossi entrato a tutta velocità in questo pugno di case e la massa densa e viscosa del suo tempo abbia ammortizzato il mio moto. Ed ora sono qua, come catturato da un tempo brigante in un luogo minimale ed essenziale. Quando le fiamme sono basse, do un’assestata alle braci perchè non caschino fuori dal caminetto, poi esco a fare due passi tra le vie di Nesce.

Le vie sono deserte, a ridosso del crepuscolo il tempo sembra sospeso. Non si capisce bene sospeso dove, se un minuto prima dell’abbandono totale o della resurrezione. Camminando tra le vie cerco di immaginare come potessero essere cinquant’anni fa, quando nel paese c’era vita. Denso vociare di gente indaffarata, animali liberi di scorazzare dalle stalle a piano terra per le viuzze del paese. Ora un cumulo di pietre sta in un angolo della piazza. Ancora imballate nella plastica, pronte per rifare nuovo il selciato. Il cammino ha portato linfa e ossigeno. Nella piazza attigua c’è un altra struttura ricettiva, l’entrata dà direttamente sulla piazza dove il silenzio è rotto dal borbottare di un grande fontanile. Il paese sta cambiando pelle. Come un rettile è nella fase di muta. La vecchia pelle sta ancora attaccata al corpo che pulsa e che respira. Si leggono ancora bene le tracce del tempo passato, si vedono già in divenire gli orizzonti nuovi di un paese che tornerà a nuova vita grazie ai camminatori che già arrivano in buon numero. C’è da chiedersi se rimarrà in qualche modo intatta l’atmosfera che si respira qui oggi. Lo spirito quasi sacrale del luogo, il carattere sanguigno e benevolo della gente.

Tappa 2 (26 km da Nesce a S.Maria in Valle Porclaneta). Non sono ancora le sette del mattino. Faccio colazione a casa di Flavio e Lucia. Lucia mi porta a tavola dolci e crostate e una tazza di caffè fumante appena spillato dalla moka. Flavio è fuori nel piazzale, sta mettendo ad asciugare sopra un telo un gran mucchio di noci raccolte il giorno prima. Prima di salutarmi mi indica uno stradellino che scende rapido dal paese. Erba alta, cocci di mattonelle e piatti da cucina. Sembra davvero un varco segreto per far fuggire i briganti. Pochi metri e si riallaccia alla strada del Cammino. La grande valle è invasa dalla nebbia. Il Velino è sempre lì con il cappuccio bianco. Il sentiero si stringe e serpeggia dentro un bosco radioso di roverelle. Le russole con i cappelli accesi hanno apprezzato particolarmente la terra umida. In un niente mi ritrovo nella bassa lattiginosa, la nebbia non è così densa da non farmi leggere il sentiero, ma l’effetto onirico è pieno e palpabile. Cammino mentre il suono del torrente si mescola con quello delle campane di un paese vicino. Qualche chilometro e salgo a Villerose. Giro un po’ tra i suoi vicoli silenziosi e sgarrupati, le case più vecchie sono in stato di abbandono ma conservano fascino, sarebbero davvero belle una volta ristrutturate. Lascio alle spalle la parte residenziale moderna, asfalto, poi si sale per sentiero a prendere quota e puntare a Spedino. Prima del paese scambio due chiacchiere con un pastore che tiene il suo gregge di pecore a pascolare in un piccolo pianoro assolato. Mi dice di stare tranquillo perché nei prossimi giorni sarà sempre tempo buono. Breve sosta per prendere in un bar due panini poi di nuovo in cammino. Qualche chilometro in piano, le gambe si rilassano su un sentiero che sale lento ma poi c’è lo strappo finale per arrivare a Cartore. L’ultima salita va dal bel fontanile per una via irta e lastricata fino ai caseggiati in pietra. All’improvviso si aprono i grandi prati verdi ai piedi del Velino e l’unica cosa che viene da fare è slacciare lo zaino, sedermi sull’erba e cavare fuori i panini del pranzo. Anche se è Ottobre inoltrato l’erba è di un verde vivo. Di nuovo il tempo inizia a rallentare e sospendersi. La tentazione di rimanere qui e farmi un sonno è grande. Ma c’è altra strada da fare, altri chilometri per arrivare a chiudere la tappa. Riprendo il sentiero, a un bivio a sinistra si sale verso il Velino fino al Lago della Duchessa. Sono questi i sentieri e le terre che erano battute dalla temibile banda dei Briganti di Cartore. È una tappa facoltativa del cammino, ma la inserirò quando tornerò con il gruppo. Con le piogge scarse di quest’anno il lago ha poca portata, in più alcuni sentieri sono interdetti per favorire la nidificazione del grifone.

Approfitto delle due tacche sul cellulare per chiamare il custode della chiesa e avvertirlo che arriverò tra un paio d’ore. Lui dice ok, appena arrivi chiama che ci metto cinque minuti ad arrivare. Non è Santiago, ma qui i meccanismi dell’accoglienza sono ben oliati, c’è disponibilità e passione da parte della gente di qui nel dare una mano al camminatore. Il sentiero continua a salire fino a un ampio valico. È il punto più ravvicinato al Velino: anche oggi il paesaggio è variato velocemente, senza mai essere ridondante, pensare che sono partito da una brumosa pianura e in mezza giornata mi ritrovo tra pascoli montani. Scendo dal valico e in un’ora abbondante intercetto la strada asfaltata. È costeggiata da un bel muretto a secco, duecento metri e appare la bella abside della chiesa di Santa Maria in Valle Porclaneta. Slaccio lo zaino nel piazzale assolato, la facciata è semplice, la linea del tetto è in armonia con il profilo del Velino che svetta proprio alle sue spalle. Faccio uno squillo al custode. In nemmeno dieci minuti è già qui. Ci presentiamo, si chiama Marco e mi chiede se voglio visitare la chiesa. Certamente, forse tutta la sfacchinata del cammino ha un senso soltanto per vederne l’interno. Marco apre e mi accompagna. Mi da tutto il tempo di restare a guardare l’ambone, il ciborio e l’iconostasi: sono tre gioielli spettacolari. Mi attardo a guardare un capitello dalle forme estermamente grezze. Si leggono i profili di due animali, nel centro una figura umana come la farebbe un bimbo delle elementari e un ovale contornato da un profilo ondulato. È una natività, mi dice Marco. Non ci sono Giuseppe e Maria, ma quelli sono il bue e l’asinello e quella cosa ovale in mezzo è la stella cometa. Mentre continuo a guardarmi e riguardarmi la chiesa Marco mi dice che lui è il custode da poco. Prima c’era Costanza, un’anziana signora che come lui, ogni volta che c’era bisogno, veniva ad aprire la chiesa ai viandanti. Un giorno il parroco la chiamò per dirle che sarebbe arrivata una macchina con della gente che voleva fare una visita. Quando la macchina arrivò, lei era già pronta nel piazzale e quasi le prese un colpo quando vide scendere da quell’auto addirittura Papa Benedetto XVI. Nella chiesa sono ancora esposte le foto di quella visita. E lei, Costanza, sta lì con le mani giunte e con il sorriso tenero e bello di una giornata indimenticabile.

È sera fatta quando un picchio traccia l’ultima traiettoria verso gli alberi. Prima di salutarmi Marco ha aperto la foresteria accanto la chiesa dove passerò la notte. Resto seduto fuori, sui gradoni di pietra levigata che scendono giù al fontanone. Con la schiena appoggiata al muro della chiesa aspetto che la vista si abitui all’oscurità che monta da occidente. Marco mi ha anche detto che il terremoto del 1915 ha tirato giù tutto il chiostro che stava qui, dove ora c’è il grande piazzale antistante la chiesa. La pietra ancora calda, il rudere di quella che era la porta di accesso al chiostro sembra un varco tra epoche. Il perimetro della piazza traccia ancora il quadrato del loggiato che ora si apre sullo schermo punteggiato di stelle. Non tira vento, tutto sembra fermo e immobile.

Eppure a pensarci bene la chiesa e la piazza, il fontanone e le scale con me seduto sopra, tutto sta comunque viaggiando insieme alla stella chiamata Sole e tutto il galattico chiasso.

Una miriade di orbite cicliche che se ne vanno tracciando traiettorie a spirale.

La direzione di fuga sancita da due semplici parole “fiat lux” e ogni punto divenne un cerchio e ogni cerchio una spirale. Così un chiostro o l’anello di un cammino altro non sono che la metafora di uno sviluppo, di un’evoluzione. Sono un invito a insistere e a ripetere: si cammina in tondo, eppure ad ogni giro non si torna mai al punto di partenza ma si va oltre, più avanti.

Domani il sole illuminerà uno dei chiostri più grandi e più belli mai costruiti: le roverelle a fare da colonne, gli archi ornati da fregi di brina e ragnatele scintillanti al mattino, un mosaico interminabile di foglie accese di luce e mosse dal vento. Un chiostro segreto e distante, separato dalle pianure delle città fumose, dove meditare in solitudine sul senso dei passi che si ripetono e si sommano assidui e polverosi.

Tappa 3 (16 km da S.Maria in Valle a Scurcola Marsicana). Mattino, sono le otto passate, ho voluto dormire un po’ di più. Mi chiudo dietro il pesante portone della foresteria della chiesa e ricomincio a camminare. Una roverella gigantesca, una cartello dice che ha la stessa età della pieve, più di ottocento anni. Ieri ho postato le foto della chiesa, trovo un commento che dice un pò dello spopolamento di queste zone “muchas gracias! Mis nono era de esa zona, yo estoy en Argentina. Preciosas imagenes, muchas gracias!”.

Aria fresca, sentiero stretto e bagnato di guazza finchè non arriva l’asfalto e le prime case di Rosciolo dei Marsi. Strade silenziose, un’anziana sulla soglia di casa mi saluta con un sonoro buon giorno e buon cammino. Nella piazzetta vedo un bar con un cartello vendesi. È aperto, entro per fare colazione, caffè e cioccolata confezionata perché di paste e pasticcini nemmeno l’ombra. Anche Rosciolo ha i suoi numeri: una piazza con la bella chiesa di Santa Maria delle Grazie, vicoli dagli scorci caratteristici, vecchie case alcune da rimettere in sesto altre ristrutturate di fresco. Porte e portali ognuno con il suo stemma sulla chiave di volta: il Cammino dei Briganti sarebbe da fare soltanto per fotografare e catalogare tutti gli stemmi che si incontrano di frequente anche sulle case più umili. Vedo il segnavia che compare su uno stretto vicolo, lo imbocco e percorro tutta la via in discesa che offre una carrellata sui caseggiati più esterni del paese. Le mura sono di un bell’arancio chiaro. La discesa punta decisa verso la valle che si apre in basso. È giorno fatto, c’è una luce calda e radiosa. Cammino per qualche chilometro in piano fino a una breve salita che entra a Magliano de’ Marsi. Questo è il centro più grande di tutto il cammino. Qualche foto alla bella facciata della chiesa di Santa Lucia con il grande rosone, poi giù per la strada asfaltata tra case moderne, negozi e attività.

Uscito dal paese, di nuovo si apre l’ampia pianura. Ho incontrato tante chiese in questi giorni tutte dedicate a Maria o a sante varie. Sono rappresentate madonne anche nelle edicole poste ai trivi come a scacciare le ombre delle streghe e dei loro convegni. A volte le madonne stanno con due sante accanto, formando una trinità femminina, retaggio forse di divinità venerate quando la piana del Fucino era ancora quel grande lago che sarebbe stato poi bonificato dai Romani. Mi tornano in mente i sentieri tortuosi dei giorni precedenti, quella sensazione di essere avvolto dal paesaggio intorno come in delle spire. Queste terre sono impregnate di energia materna. A ripensarci più che a spire è più calzante pensare a delle viscere.

Su questi sentieri si cammina in un ventre. Nel ventre materia ed energia sono ricreate, scomposte e trasformate. E nelle convoluzioni di terre e sentieri, è il camminatore ad essere materia da rielaborare seguendo tempi altri e nuovi. Il suo pensiero e il suo sentire sono materia da ruminare, scomporre e ricomporre, trasformata per trasfigurarla in energia.

I rumori dei passi dopo qualche ora hanno la cadenza di una nenia, il suono monocorde dei rosari recitati accanto al fuoco.In lontananza il Monte San Nicola, lo costeggio sempre in piano quasi a circumnavigarlo finchè non spuntano le prime case di Scurcola Marsicana tutta quanta abbarbicata sul fianco del colle. È quasi mezzogiorno. Ho camminato soltanto una quindicina di chilometri oggi. Di solito il terzo giorno di cammino è quello in cui le gambe e il fiato cominciano a perdere i colpi, quindi una tappa breve ce la vuole: domani, ultimo giorno di cammino, ne avrò per buoni 30 chilometri. Dalla piazzetta nella zona bassa che si apre sulla statale che porta ad Avezzano comincio ad arrancare lungo le strette vie in salita. Ho prenotato alla Locanda Incantata, un palazzo d’epoca che sta proprio in cima al paese vicino ai ruderi del grande castello, la Rocca Orsini e alla Chiesa della Vittoria. Mi accoglie Alessia che gestisce la struttura con suo marito. Sono in ampio anticipo sull’orario di arrivo, avevo prenotato soltanto la cena. È gentilissima quando le chiedo se può prepararmi anche il pranzo. Alle due del pomeriggio sono già alle prese con un bel piatto di tagliatelle all’uovo condite con olio e maggiorana: Alessia mi dice che è una ricetta di un’anziana signora che aveva un’osteria qui in paese.

È davvero bella Scurcola. Qui predicava Domizio Jacobucci, frate che nottetempo toglieva il saio per indossare la divisa borbonica e andare a rompere le scatole ai piemontesi. Qui nel 1861 si compì una feroce repressione per punire l’avanzata del brigante filoborbonico Giacomo Giorgi che dopo aver marciato vittoriosamente su Tagliacozzo, Sante Marie e Scurcola quasi andava a prendersi pure Avezzano. Ma soprattutto qui vicino sui piani Palentini nel 1268 ci fu la storica battaglia tra Corradino di Svevia contro le truppe di Carlo I d’Angiò.

Nel pomeriggio la giro con calma. Il centro storico ha resistito al terremoto del 1915 così l’impianto urbano ha conservato un dedalo molto caratteristico.Vie e viuzze, archi e loggette, mura dalle pietre lisce scandite dalla serie di porte e portali. Edicole con gli affreschi di santi e madonne. Vicoli ciechi che ti invitano ad entrare da scale in pietra e piccoli spiazzi. In molte parti il paese avrebbe bisogno di interventi e ristrutturazioni, ma conserva comunque un suo spirito, un’impronta intatta. Se si riuscisse a metterlo in forma avrebbe davvero poco da invidiare ad altri esempi virtuosi, come S. Stefano di Sessanio per intenderci. Proprio in fondo al paese ecco la Chiesa della Trinità con la bella scalinata barocca. Metto dentro giusto il naso perché degli operai stanno ripulendo il pavimento e mi dicono che non si può entrare. Da un altare laterale troneggia un grande affresco con San Michele Arcangelo. Nella piazzetta chiedo a una ragazza dove posso trovare un alimentari aperto. Mi indica una via lì a sinistra cinquanta metri sulla sinistra trovo una macelleria ben fornita. I gestori sono simpatici, hanno molta voglia di parlare. Anche loro ormai abituati ai camminatori che entrano a fare scorta. Mentre mi preparano due belle fette di pane con la salsiccia scura di fegato mi chiedono di dove sono e dove sono diretto. Domani per me è l’ultima tappa del cammino, gli dico, e chiudo l’anello.

Tappa 4 (30 km da Scurcola Marsicana a Nesce). Lascio Scurcola alle sette del mattino quando la nebbia tiene ancora in gola tutte le case del paese. Sarebbe di fare tutto il giro dei vicoli, di nuovo soltanto per il gusto di nuotare nella densa morgana che li sta tenendo sospesi. Ma oggi è lunga. Da fare una trentina di chilometri per chiudere l’anello. Primo tratto in campagna poi il sentiero comincia ad alzarsi lento di quota, lascio sulla sinistra il bivio per il casale le Crete, un bel bosco inondato di ragnatele, foglie rami e fili d’erba imperlati di gocce d’acqua. Poi di nuovo la campagna in piano.

Ampie sterrate dove rullare e salire tranquillo mentre i raggi del sole scaldano tutto quanto il corpo. Fumi che salgono lenti dalla terra, si asciuga l’umidità raccolta di primo mattino, dal fondo bianco della sterrata raccolgo a poca distanza due fossili. Uno è interrato e con calma devo scavare con il coltello tutta la terra intorno finchè non cavo fuori questo bel sasso che sta nel pugno della mano. Camminando lo ripulisco della terra finchè non compaiono le linee e tutta la cupola arcuata della conchiglia. Di nuovo un tratto di provinciale, un po’ d’asfalto per far riposare le giunture non guasta. Sul bordo strada si muovono le frasche ed esce un tizio: è bardato da runner e tiene in mano un bel grappolo di uva nera. Lui è di qui, facciamo un tratto insieme: mi chiede del cammino, di come l’ho trovato ed è contento quando gli dico che secondo me è molto bello ed è segnato bene. Ci salutiamo quando sulla destra compare l’innesto di un sentiero. Un breve tratto a risalire e arrivano le case di San Domenico. Dalla piazza si allarga il verde della valle punteggiata dai primi gialli e rossi. Dalla parte opposta la mole di un grande colle. La traccia punta proprio in quella direzione, quindi qualche generoso sorso d’acqua e si riparte. Subito dei piccoli tornanti tra le belle case della zona vecchia e semiabbandonata del borgo. I muri sono ornati dalle viti che sono cresciute indisturbate. La strada diviene in pietra poi muta in un sentiero stretto che serpeggia veloce in alto ed è un attimo ritrovarsi all’improvviso su un’ampia sommità da cui si apre una vista spettacolare sul Monte Velino. In lontanaza si legge il piccolo skyline violaceo di Scurcola Marsicana, poi la valle dolce e verdeggiante con i boschi che su questo versante hanno già virato decise alle tinte autunnali. Il sentiero che sale segnando la prateria ora diventa roccioso, le rocce prima irregolari ora diventano gli scalini che costeggiano le mura diroccate di una rocca.

Il Cammino dei Briganti è bello anche per questo: quando pensi che il paesaggio si sia assetato su un determinato mood eccolo che cambia improvviso ritmo e tonalità per accompagnarti a nuovo stupore. Anche ora che sto andando su un comodo pianoro erboso: il tempo di fare scorta a un fontanile, predere la sterrata che piega sulla destra e subito un sentierino si infila in discesa dentro un coloratissimo bosco. I gialli e i rossi degli aceri, il vinaccia dell’orniello: con questa luce è uno spettacolo. E ancora, uscito dal bosco è il momento di infilare la via principale di Scansano, anche questo un borgo caratteristico e ben tenuto. Si percorre quasi tutta la via, asse principale del caseggiato che si sviluppa sulla linea del crinale. Tre vecchi a parlottare seduti davanti la porta di casa. Poi il segnavia dice di deviare, grandi fienili in mattoni in mezzo a un prato verde dall’erba tagliata di fresco, la traccia scende per infilarsi ancora nel silenzio del bosco.

È ora di pranzo, per arrivare a Sante Marie ne avrò per un altro paio d’ore. Sulle prime penso di mangiare quando sarò arrivato, ma dopotutto oggi non ho ancora fatto una pausa degna di questo nome: le gambe hanno ringraziato per la tappa breve di ieri, oggi hanno frullato per bene, sono andate con passo costante. Così quando il sentiero torna in ombra slaccio lo zaino, mi siedo su un grande muro a secco dal quale si alza una parete diroccata con un vecchio portone rugoso ancora mezzo attaccato ai cardini arrugginiti. Cavo fuori il panino, quello con la salsiccia dei due macellai di Scurcola. Troppo buono per la miseria. La carne è leggermente stagionata, tra il rosso scuro della carne di fegato il rosso vivo dei pezzetti del peperoncino e il verde giallognolo dei semi di finocchio selvatico. Sono sinceramente pentito, ieri me ne dovevo far fare due di questi, ma poi chi diavolo continuava a camminare?

Quando riparto il sentiero esce dal bosco, intercetta la provinciale per poi infilarsi di nuovo tra castagni e roverelle. Dalla provinciale si arriverebbe in poco tempo a Sante Marie, ma si sa che i briganti per non farsi beccare devono necessariamente bazzicare vie traverse e alternative. A volte sono scorciatoie, ma spesso e volentieri aumentano le distanze. E poi questa è una caratteristica che ho notato anche nelle altre tappe: nel disegnare il cammino non è stata cercata la via più corta o a soluzione più breve. È come se avessero voluto aumentare la permanenza del camminatore, quasi volessero prenderlo in ostaggio per regalargli l’immersione in queste belle terre, un contatto prolungato ed intenso, quasi una fusione. Ed ecco che ci sono quasi ad essere “liberato”. Sono sul pianoro ai piedi di Sante Marie, ampia sterrata che va dritta in mezzo alla campagna vivace. Donne che raccolgono le erbe nei campi, il rumore di una segheria lì vicino. Poi l’asfalto mi scorta fino alle porte del paese, salgo la salita della via delle Tre Cannelle ed ecco Corso Garibaldi la via che quattro giorni fa ho percorso in senso inverso.

Chilometro dopo chilometro il sentiero mi è passato attraverso. Ha teso degli agguati, aspettando in quiete sui pianori nebbiosi o mordendo improvviso nelle salite ritorte di calura. Mi ha rapito per lasciare una traccia nell’animo, un timbro, un piccolo tatuaggio che testimonia il passaggio, il pellegrinaggio concluso, la meta raggiunta.

La mia macchina è lì nel parcheggio, tra dieci minuti sarò di nuovo in gabbia con il motore acceso e le gomme a consumarsi sul nastro d’asfalto che rulla senza fine.

L’anello si chiude. I briganti mi hanno liberato.

A.